Biotech italiane e Wall Street: il grande assente
L’Italia conta quasi 6.000 aziende biotech, centri di ricerca di livello mondiale e scienziati tra i migliori del pianeta. Eppure su Nasdaq — la piazza dove si concentra gran parte del capitale globale specializzato in biotech — non c’è praticamente nessuno. Come mai, e cosa dovrebbe cambiare.
Un numero che non torna
Quasi seimila aziende biotech in Italia. Quasi cinquantaquattro miliardi di euro di fatturato. Più di centomila addetti. Eppure su Nasdaq — il luogo dove il capitale farmaceutico globale va a fare il suo lavoro — di italiani non se ne vedono.
Non è un errore di conteggio. È un paradosso strutturale che racconta qualcosa di più profondo rispetto al semplice numero di quotazioni: parla di come un Paese ricco di scienza e povero di sistema finanziario perda sistematicamente la parte più redditizia della filiera — quella in cui la molecola diventa valore di mercato, i ricercatori diventano imprenditori e il laboratorio universitario si trasforma in capitolo di un prospetto S-1 depositato alla SEC.
Questo articolo è il primo di tre sulla biotech italiana e i mercati americani. Non offre raccomandazioni di investimento — offre una mappa di un territorio che la stampa finanziaria italiana tende a trattare con superficialità, come se “la biotech” fosse un settore esotico da ammirare da lontano anzichè un ecosistema in cui l’Italia ha radici profonde, risultati concreti e una finestra che rischia di chiudersi prima di essere aperta.
“L’Italia non manca di scienza. Manca il sistema che trasforma la scienza in capitale. E senza capitale, la scienza torna in laboratorio — o peggio, va all’estero.”
La partita si gioca a New York, non a Milano
Per capire perché il silenzio italiano su Nasdaq sia un problema — e non semplicemente una scelta diversa — bisogna capire cosa è diventato Nasdaq negli ultimi dieci anni per la biotech globale.
Secondo analisi di settore citate dagli operatori dei mercati dei capitali, nel 2025 Nasdaq ha intercettato una quota schiacciante del capitale IPO biotech globale, stimata intorno al 98%. Il punto, al di là della percentuale esatta, è più importante del numero: per la biotech innovativa, soprattutto pre-ricavi e clinical-stage, la profondità del mercato americano resta difficilmente replicabile in Europa. Nello stesso quadro, gli ultimi anni hanno confermato una tendenza brutale per l’Unione Europea: molte biotech europee che scelgono la quotazione pubblica cercano capitale fuori dai mercati domestici. La regola non scritta resta Nasdaq.
Il perché non è un segreto. Nasdaq è il mercato con la liquidità, la base di investitori specializzati, le banche d’investimento focalizzate sul settore (Jefferies, Piper Sandler, Leerink, SVB Securities) e la cultura analitica necessaria per valutare un’azienda che ha zero ricavi ma un candidato terapeutico in Phase 2. A New York, un oncologico in sperimentazione con dati di sopravvivenza preliminari trova fondi specializzati che sanno leggerli. A Milano, molto spesso, non trova una massa critica comparabile di investitori dedicati.
Non quotarsi su Nasdaq non significa solo “perdere una vetrina”. Significa tagliarsi fuori dall’ecosistema in cui si finanzia la Fase 3 dei trial clinici, dove si costruiscono le partnership con Big Pharma, dove arrivano i crossover investors che trasformano un round pre-IPO in un’operazione da centinaia di milioni. È la differenza tra giocare in Serie A e guardare la partita dalla tribuna.
Il problema non riguarda solo il capitale. Riguarda la visibilità. Gli analisti di Roth Capital o di Oppenheimer non scansionano Borsa Italiana alla ricerca di gemme nascoste. Gli investitori di Fidelity Select Medical o di Baker Brothers non leggono i prospetti di Euronext Growth Milan. Per entrare nel loro radar, le aziende devono essere dove loro guardano. E loro guardano Nasdaq.
Quando l’Italia c’era: il caso Gentium
C’è un momento nella storia della biotech italiana in cui Nasdaq e il Paese si sono incontrati davvero. L’azienda era a Villa Guardia — un comune di 9.000 abitanti nella provincia di Como — e l’azienda si chiamava Gentium S.p.A.
Fondata da più di vent’anni, Gentium aveva sviluppato il defibrotide, un farmaco a base di DNA polisodiaco con proprietà antitrombotiche e antinfiammatorie, per una condizione rarissima e spesso fatale: la sinusoidal obstruction syndrome (SOS, o veno-occlusive disease) che colpisce i pazienti adulti e pediatrici dopo il trapianto di cellule staminali ematopoietiche. Un farmaco orfano, per una malattia di cui la maggioranza dei medici non aveva mai sentito parlare, sviluppato nel Comasco. Quotata su Nasdaq con il ticker GENT.
Nel dicembre 2013, Jazz Pharmaceuticals — società irlandese quotata su Nasdaq con radici operative americane — ha annunciato l’accordo per acquisire Gentium in un’operazione valutata circa $1 miliardo. Il tender offer è stato completato nel febbraio 2014, con circa il 98% delle azioni ordinarie e ADS di Gentium portate in adesione. Un fatto storico: una biotech italiana, quotata negli Stati Uniti, entrava nel perimetro di una società farmaceutica internazionale per una valutazione miliardaria.
Il defibrotide oggi si chiama Defitelio, è approvato dalla FDA dal 2016, e rimane uno dei prodotti di punta dell’hematology franchise di Jazz. Il miliardo fu ben speso. Jazz lo sa, i suoi azionisti lo sanno, i pazienti con SOS lo sanno.
L’Italia aveva già dimostrato che si può fare. Un laboratorio della provincia di Como aveva sviluppato un farmaco orfano, lo aveva portato su Nasdaq e lo aveva ceduto per un miliardo. Ma quella storia, in Italia, quasi nessuno la racconta.
L’ironia della storia ha un capitolo ulteriore. Jazz Pharmaceuticals, il compratore di Gentium, è oggi coinvolta in una delle partnership più ambiziose nell’oncologia biotech dell’anno: il deal da $4,1 miliardi con AbCellera per anticorpi TCE bispecifici — analisi che trovate nel report dedicato su questo sito. Il cerchio si chiude: la scienza comasca finanzia, in parte, la biotech di prossima generazione. Solo che i nomi sulla copertina sono irlandesi e canadesi.
Il grande assente: cosa resta sull’exchange
Se Gentium è la storia di un successo dimenticato, Genenta Science è la storia di un fallimento che vale la pena comprendere nei dettagli — non perché sia una storia di incompetenza, ma perché illumina le difficoltà strutturali dell’ecosistema.
Genenta è nata dallo stesso ecosistema da cui proviene molto della migliore biotech italiana: il San Raffaele Telethon Institute for Gene Therapy (SR-Tiget) di Milano, co-fondato e diretto da Luigi Naldini, uno dei massimi esperti mondiali di terapia genica. Genenta aveva sviluppato Temferon, un approccio innovativo al glioblastoma multiforme (GBM) — il tumore cerebrale più letale — che usava cellule staminali ematopoietiche geneticamente modificate per esprimere interferone-alfa nel microambiente tumorale.
I dati aggiornati comunicati dalla società nel 2025 indicavano, nel trial TEM-GBM, una sopravvivenza a 18 mesi del 44%, una sopravvivenza a due anni del 29% e una mediana di sopravvivenza globale di 17 mesi. Genenta confrontava questi numeri con coorti storiche uMGMT trattate con standard of care, dove la sopravvivenza a due anni è intorno al 14% e la mediana di sopravvivenza globale è circa 13–15 mesi. Numeri che nel contesto del glioblastoma rappresentano un segnale clinicamente interessante, ma da leggere con prudenza perché derivano da un trial piccolo e non randomizzato.
Ma la storia clinica di Genenta si è interrotta. Nel marzo 2026, la società ha comunicato di continuare a valutare alternative strategiche per la piattaforma biotecnologica originale derivata dalla ricerca del Professor Naldini — di fatto, una messa in vendita del programma terapeutico — mentre la nuova direzione della società sta evolvendo verso Saentra Forge, con un perimetro dichiarato che include biotech, difesa, aerospazio e tecnologie legate alla sicurezza nazionale italiana.
Genenta (GNTA) resta il caso moderno più visibile di azienda biotech italiana arrivata sul Nasdaq: le ADS hanno iniziato a negoziare sul Nasdaq Capital Market il 15 dicembre 2021. Ma la società ha avviato una trasformazione strategica che riduce drasticamente il profilo “pure biotech” originario. Al 17 giugno 2026, non risulta una biotech italiana pura, terapeutica e clinical-stage quotata come equity principale su NYSE o Nasdaq. Zero.
Chi è rimasto, e dove
Sul mercato OTC americano — un mercato secondario, non regolamentato al livello di NYSE/Nasdaq, frequentato da investitori retail e da fondi non istituzionali che cercano esposizione internazionale — ci sono due nomi italiani che meritano attenzione per il profilo terapeutico:
| Azienda | Ticker OTC | Focus | Note chiave |
|---|---|---|---|
| Recordati S.p.A. | RICFY | Pharma specialties / Malattie rare | Quotata Euronext Milan (REC.MI), OTC in USA. €713,4M ricavi Q1 2026 (+4,9% YoY). Partnership con Moderna per mRNA-3927 (acidemia propionica). Pipeline rare disease in crescita. |
| DiaSorin S.p.A. | DSRNY | Diagnostica molecolare / IVD | Quotata Euronext Milan (DIA.MI), OTC in USA. Leader nella diagnostica per vitamina D e malattie infettive. Non biotech terapeutica in senso stretto. |
Recordati è la storia di successo del pharma italiano: un’azienda di Bicocca che ha costruito una franchise nelle malattie rare di livello europeo, con ricavi superiori a €2,8 miliardi annui e una pipeline che integra ora anche la tecnologia mRNA grazie alla partnership con Moderna. Ma il suo mercato primario è Milano — il mercato americano è una finestra OTC, non una piazza principale. I grandi fondi istituzionali americani investono in Recordati attraverso Euronext, non attraverso RICFY.
Le gemme che Wall Street non conosce ancora
Quella che Wall Street non vede è la parte più interessante: le sei-sette aziende biotecnologiche italiane in fase clinica o pre-clinica avanzata che combinano scienza di frontiera, tecnologie proprietarie e — in alcuni casi — una traiettoria regolatoria che le avvicina a un futuro IPO o a un’acquisizione strategica.
Nessuna di queste è ancora pubblica negli USA. Alcune potrebbero non arrivarci mai. Ma il profilo complessivo del gruppo suggerisce un ecosistema più vitale di quanto il silenzio dei mercati americani farebbe credere.
Una delle candidate più credibili per un’eventuale IPO Nasdaq nei prossimi 24 mesi. Tecnologia: doppio vettore AAV per geni troppo grandi per un singolo vettore — un problema tecnico che ha bloccato la gene therapy retinica per anni. Programmi: AAVB-039 per la malattia di Stargardt (Ph1/2, IND cleared FDA), AAVB-081 per la sindrome di Usher 1B (Ph1/2). Il $141M Series B chiuso a novembre 2025 è uno dei round privati più importanti mai raccolti da una biotech italiana. Gli investitori includono Schroders Capital, Atlas Venture, Forbion, Amgen Ventures, CDP Venture Capital, Sofinnova Partners e altri fondi internazionali di primo livello.
Piattaforma ISLV (Immune-Shielded Lentiviral Vectors): vettori lentivirali somministrabili per via endovenosa che evitano la risposta immunitaria, il tallone d’Achille storico della gene therapy sistemica. Programma lead: GENE202 per la methylmalonic acidemia (MMA), malattia metabolica pediatrica grave. Due Orphan Drug Designation (FDA + EMA). €46.6M Series B (settembre 2024). Targeting first-in-human 2026. Con due designazioni orfano su entrambe le sponde dell’Atlantico e un profilo tecnologico differenziante, Genespire è un candidato naturale per acquisizione strategica prima ancora che per IPO.
Approccio unico ai protein degraders: invece di legare la proteina target già formata come i PROTAC tradizionali, i FIDs (Folding-Interfering Degraders) di Sibylla intercettano la proteina durante il processo di ripiegamento, spingendola verso la via della degradazione. Il vantaggio teorico: aggirare la resistenza che spesso emerge nei target classici. Lead preclinico: cyclin D1 degrader in oncologia. Deal con Ono Pharmaceutical per CNS (sistema nervoso centrale). €23M Series A (ottobre 2022). È ancora early, ma la tecnologia è autentica e l’interesse di un partner giapponese di primo livello come Ono è un indicatore di validazione scientifica.
Neuroscienze per due delle condizioni più complesse — autismo e epilessia. Target: NKCC1, un trasportatore ionico del cloruro il cui blocco selettivo dovrebbe ripristinare l’inibizione GABAergica nei circuiti neurali ipereccitabili, alla radice di molte forme di epilessia e di alcune forme di autismo. Candidato: IAMA-6, small molecule orale. Phase 1 first-in-human avviato nel 2025. €15M nel 2025. Il target scientifico è solido e la non invasività della molecola (orale vs biologico) è un vantaggio pratico rilevante per queste popolazioni di pazienti.
Obesità e steatoepatite (MASH): un mercato esploso con il successo dei GLP-1 ma che ha ancora una necessità medica enorme per i pazienti non responsivi ai peptidi. Approccio di Resalis: RES-010, un antisense oligonucleotide (ASO) che inibisce microRNA-22, un regolatore del metabolismo lipidico e glucidico. Phase 1 avviato nel dicembre 2024. Al momento della pubblicazione, l’asset rimane in valutazione clinica iniziale. In un settore diventato caldo come il metabolismo, anche dati di Phase 1 leggibili potrebbero attrarre interesse partnership rapidamente.
L’unica biotech terapeutica italiana già pubblica (su Borsa Italiana e sulla borsa svizzera). Immunocitochine: citochine fuse ad anticorpi per un rilascio selettivo nel microambiente tumorale. Programma flagship: Nidlegy (L19IL2 + L19TNF) per melanoma avanzato — la domanda di autorizzazione EMA è stata ritirata il 24 giugno 2025 dopo che l’EMA aveva espresso riserve sulla sufficienza dei dati di qualità/manufacturing per l’autorizzazione, un duro colpo per l’azienda. Fibromun (L19TNF) per sarcoma/GBM in combinazione con chemo, phase 3 in corso. Dekavil (F8IL10) per artrite reumatoide, phase 2 in partnership con Pfizer. Philogen è l’esempio più maturo: una vera biotech clinica italiana, con almeno tre asset in clinica avanzata. Non è su Nasdaq, ma è pubblica, e ha partnership con Pfizer. La caduta regolatoria di Nidlegy sarà il test di resilienza della piattaforma.
Perché non ci arrivano: le sei barriere
La domanda non è retorica. Se la scienza italiana è di qualità, se i centri di ricerca come SR-Tiget, IIT, IEO e TIGEM producono risultati pubblicati sulle migliori riviste peer-reviewed, se singole aziende come AAVantgarde raccolgono $141 milioni da fondi europei di primo livello, cosa impedisce il salto su Nasdaq? Le risposte sono sei, e si sommano in un sistema di vincoli che si rinforzano a vicenda.
Chi ce l’ha fatta: i controesempi europei
L’assenza italiana non è inevitabile. Altre nazioni europee hanno dimostrato che il percorso esiste — ed è percorribile anche partendo da un ecosistema non americano. I casi sotto non sono eccezioni fortunate: sono il prodotto di scelte deliberate di sistema, di fondi specializzati che hanno costruito un track record di investimento pre-Nasdaq, di management team che hanno imparato il linguaggio della SEC prima di fondare la società.
| Azienda | Paese | Exchange | Tecnologia | Perché conta |
|---|---|---|---|---|
| BioNTech | Germania | Nasdaq (BNTX) | mRNA oncologia / vaccini | IPO Nasdaq 2019. La piattaforma mRNA sviluppata a Magonza ha vaccinato il mondo. peak market cap superiore a $100 miliardi. Il modello: fondatori accademici + crossover americano (Pfizer deal pre-IPO) + Nasdaq come sbocco naturale. |
| Argenx | Belgio / Olanda | Nasdaq (ARGX) | Anticorpi anti-FcRn | Sviluppo globale del meccanismo FcRn per malattie autoimmuni rare. profilo da large-cap biotech europea. Ecosistema belga-olandese con VC Sofinnova e Gilde come early backers, poi crossover americano prima del listing Nasdaq. |
| Genmab | Danimarca | Nasdaq (GMAB) + CPH | Anticorpi bispecifici / ADC | Dual listed. Epcoritamab (Epkinly) approvato FDA 2023 per linfoma B. Partnership con AbbVie. profilo da large-cap biotech europea. Caso studio di come si costruisce una biotech europea con doppia casa — danese di DNA, americana di exit e partnership. |
| Abivax | Francia | Nasdaq (ABVX) + Euronext Paris | Immunologia / infiammazione | Uplisting/IPO Nasdaq 2023 dopo la quotazione su Euronext Paris. Caso utile perché mostra il percorso “Europa prima, capitale USA dopo” per una biotech clinica europea con asset late-stage. |
| Autolus Therapeutics | UK | Nasdaq (AUTL) | CAR-T cells | Obe-cel (obecabtagene autoleucel, AUCATZYL) approvato dalla FDA l’8 novembre 2024 per leucemia linfoblastica acuta B in adulti. Fondato al UCL, listato su Nasdaq. società UK approdata al Nasdaq con sviluppo clinico e commerciale negli Stati Uniti. Modello UK-USA che funziona anche per indicazioni non rare. |
Il pattern comune a tutti questi casi non è la nazionalità, ma il metodo: round di finanziamento pre-IPO con partecipazione americana, management bilingue (scientifico e finanziario), presenza sistematica alle conferenze USA, e la scelta deliberata di portare il listing dove è il capitale — non dove è l’headquarters.
BioNTech in particolare è il caso più istruttivo per l’Italia, perché viene da un contesto universitario tedesco non dissimile da quello italiano: un professore accademico (Ugur Sahin di Magonza) che fonda un’azienda attorno a una tecnologia che il mainstream considerava marginale (l’mRNA per la terapia del cancro), costruisce partnership industriali prima della quotazione, e porta la società su Nasdaq nel 2019. Pochi mesi dopo, BioNTech si trova al centro della risposta globale alla pandemia. La scienza era tedesca. Il capitale era americano. La storia è globale.
La distanza tra Milano e Wall Street non si misura in chilometri, ma in struttura del cap table, in relazioni con i fondi crossover, in anni di partecipazione alle conferenze americane. È una distanza che si può accorciare — se si decide di farlo.
Una storia breve di occasioni perdute e segnali nuovi
Cosa manca — e cosa potrebbe cambiare
Chiunque abbia seguito la biotech americana da vicino sa che i sistemi di innovazione farmaceutica non si costruiscono per decreto. Boston non è diventata la capitale mondiale della biotech perché un politico l’ha deciso: è diventata tale perché Harvard e MIT hanno generato spin-off per decenni, perché il Mass General Hospital era a cinque minuti dai laboratori, perché i fondi di VC si sono concentrati nel Kendall Square fino a creare una densità critica impossibile da replicare altrove in pochi anni.
Detto questo, l’ecosistema italiano ha elementi che mancano in molti altri contesti: centri di eccellenza scientifica (SR-Tiget è uno dei più avanzati centri di gene therapy del mondo), una tradizione farmaceutica che risale ai decenni d’oro di Farmitalia e Sclavo, un sistema ospedaliero — nonostante le sue inefficienze — con una casistica di pazienti rare disease che farebbe gola a qualsiasi sponsor di trial clinici.
Tre cose concrete potrebbero cambiare il quadro nei prossimi cinque anni:
La prima è il capitale istituzionale pubblico dedicato alla biotech. CDP Venture ha fatto passi avanti — è tra i co-investitori del Series B di Genespire — ma il volume è ancora insufficiente rispetto a quello che la Francia mette sul tavolo con Bpifrance o la Germania con il fondo High-Tech Gruenderfonds. Non si tratta di sussidi: si tratta di capitale paziente che accompagna le aziende fino al momento in cui il VC privato internazionale può prendere il comando.
La seconda è la riforma della proprietà intellettuale universitaria. Le regole che governano la cessione di IP dagli atenei agli spin-off sono ancora troppo lente, troppo costose e troppo variabili da istituto a istituto. Un’azienda che vuole costruire un cap table pulito per un round americano deve poter ottenere una licenza esclusiva dalla sua università in settimane, non in anni.
La terza è più sottile ma forse la più importante: la costruzione di reti sistematiche con i fondi crossover americani. Non bastano singole missioni commerciali o stand ai congressi. Serve che i migliori CEO delle biotech italiane siano presenti ogni anno a JP Morgan Healthcare, ad ASCO, a BIO — che costruiscano relazioni personali con i partner di Perceptive, di OrbiMed, di RA Capital. Queste relazioni si costruiscono in anni e si convertono in capital allocation quando arriva il momento giusto.
Bottom line: la partita non è persa, ma il tempo stringe
L’Italia ha tutto ciò che serve per avere tre o quattro aziende biotech quotate su Nasdaq entro il 2030. Ha la scienza: SR-Tiget, IIT, TIGEM, IEO producono ricerca che viene pubblicata su Nature Medicine, Cell e Journal of Clinical Investigation. Ha le molecole: i candidati di AAVantgarde, Genespire, Sibylla, IAMA e Resalis non sono scienza di secondo livello. Ha persino un precedente — il caso Gentium — che dimostra che il percorso esiste.
Quello che manca è il sistema: il capitale di rischio in quantità sufficiente, le reti con i crossover americani, la struttura legale e di governance che rende le aziende “Nasdaq-ready” nel senso tecnico del termine, la cultura manageriale che trasforma un brillante ricercatore accademico in un CEO capace di presentare a un analista di Leerink alle 7 di mattina di un lunedì di gennaio durante la JP Morgan Conference.
La finestra potrebbe aprirsi — il cambio di clima scientifico negli Stati Uniti, il $141M di AAVantgarde, la crescente maturità del VC italiano. Ma le finestre si chiudono. E la storia della biotech è piena di ecosistemi nazionali che avevano tutto per costruire grandi campioni e invece hanno preferito vendere presto, comprare tardi, e guardare da lontano come i loro brevetti diventavano miliardi nei bilanci di qualcun altro.
L’Italia ha già fatto quell’errore con Gentium. La domanda è se lo farà di nuovo con la prossima generazione.
Fonti e riferimenti
Il presente articolo è pubblicato da Merlintrader a puro scopo informativo ed educativo. Non costituisce consulenza finanziaria, raccomandazione di investimento, sollecitazione all’acquisto o alla vendita di strumenti finanziari di alcun genere. Le informazioni contenute si basano su fonti ritenute attendibili alla data di pubblicazione (17 giugno 2026), ma non ne è garantita la completezza o l’accuratezza. I mercati finanziari comportano rischi significativi, inclusa la perdita totale del capitale investito. Il lettore è invitato a condurre le proprie ricerche indipendenti e a consultare un consulente finanziario autorizzato prima di prendere qualsiasi decisione di investimento. Questo documento non costituisce un’offerta di vendita né una sollecitazione di offerta di acquisto di titoli in alcuna giurisdizione.
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